Mimmo Ciavarelli

 

Rubrica di Cultura

 

 

5. "Le brevità felici"

ovvero

Tweet dalla Bottega

 

 

Ombre di memoria 1. 

Immagini e parole in ricordo di Barrie Simmons (1936 - 2006)

(nel decennale della sua scomparsa)

 

 

02/02/2016

Vivere morendo fu arte delicata: Gestalt, o altro che fosse. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

04/03/2016

Vivere recitando se stessi: la Gestalt è tutta qui! 

 

 

01/04/2016

Vivere è separarsi. 

 

 

05/04/2016

Non è il ricordo, ma quel che ti ha cambiato che lo fa presente. 

 

 

07/04/2016

Gestalt? Esserci, semplicemente ignaro di me. 

 

 

12/04/2016

Nessuno può vivere per te o non vive senza di te: bisogno è sogno. 

 

 

15/04/2016

Di quei giorni intensi, non rammento nulla: ma ricordo tutto. 

 

 

18/04/2016

Il Maestro ha sempre ragione: soprattutto quando ha torto!

 

 

20/04/2016

Ieri era domani: praticamente ora, ed era normale.   

 

 

22/04/2016

La Gestalt non si capisce: si comprende. Il resto è convivio. 

 

 

24/04/2016

La Gestalt è ricordo senza memoria: un vuoto ricco di presenza.   

 

  

24/04/2016

La Gestalt è sapienza senza coscienza: ragione sentimentale. 

 

 

24/04/2016

Di quei lampi di luce, non parlarne: la Gestalt non ha appigli. 

 

 

26/04/2016

Sono tracce d’essenza: i ricordi di quel tempo.   

  

 

27/04/2016

La Gestalt è sempre una riscoperta: molti i padri, tante le vie.   

 

 

27/04/2016

La Gestalt è il sorriso sottile con cui coloro la mia presenza. 

 

 

28/04/2016

Il sole dopo la pioggia, ci avvolse come se mai dovesse lasciarci: e così fu. 

 

 

29/04/2016

Sorrisi colmi d'ironia, il dolce rigore della Gestalt. 

 

 

30/04/2016

Nulla andrà perso di ciò che conta: il tuo insegnamento vive ancora.

 

 

30/04/2016

Ricordo del Maestro Barrie Simmons 1936-2006, nel decennale della sua scomparsa.

                          Un inchino

 

 

 

 

 

 

 

 

4. Vivere è separarsi

 

Rapsodia a due voci in ricordo di Barrie Simmons (1936 - 2006)

(nel decennale della sua scomparsa)

 

Molti ritengono che lasciare la presa su un rapporto che non c’è più sia disonorevole: un’offesa….

 

Seppi della cosa da Clo. Mi chiamò da Atene: era aprile… mi disse che non c’eri più. Mi disse che il Master, che avevi appena iniziato a gennaio, avrei dovuto continuarlo io. Me lo chiese: “A maggio dovresti essere qui”… Le dissi: “Ci penso”. Pensai che non ce n’era bisogno: ci sarei andato… per me, per te che eri andato via… per noi. Chiusi la comunicazione… e rimasi solo. A maggio partii…

 

Molti pensano che l’unica sopravvivenza possibile, per una persona morta, sia quella di essere ricordata: questo è semplicemente ignoranza!

 

Non accadde subito. La settimana di corso, una di queste lunghe maratone a cui ci avevi abituato, era tutta davanti a me. Il caos di Atene mi ingoiò e le chiacchiere del mio autista mi cullavano mentre mi avvicinavo alla meta. Porto Rafti era fuori città… sul mare. Il tuo ricordo mi seguiva: era un conforto e una mancanza… Non capii subito: ti pensavo.

 

Chi pensa in questo modo non sa che, se c’è stato un rapporto vero, significativo, quando l’altro era veramente presente, allora noi siamo stati arricchiti: cambiati…

 

Mi sentivo vuoto, mi mancavi… e avevo timore di non riuscire. Eri stato il mio Maestro: eppure, cosa avevo imparato se ora non mi sentivo in grado di continuare quel che avevi iniziato? Mi dissi che non avrei potuto: mentivo. Mi dissi che eravamo diversi: mentivo. Mi dissi che tu eri unico e irripetibile: mentivo. Mi dissi che avevo ancora bisogno di te: mentivo. Mentivo senza saperlo… sono le menzogne peggiori…

 

La persona che oggi hai perso è veramente entrata dentro di te e continua a vivere in te come parte del tuo essere…

 

Allora non lo sapevo ancora. Come potevo saperlo? Eppure tu, Barrie, me lo avevi detto tante volte: “Gestalt è fare quel che non sai fare” oppure “Se hai paura di farlo è il momento di farlo”. Mi suggerivi che dentro di me c’era qualcosa di cui fidarmi.

Non mi fidavo di me: sapevo di non saper fare quel che tu facevi, e avevo paura. Certo, sapevo fare molte altre cose: insegnavo lì già da tempo; potevo semplicemente continuare: ma non era giusto, per me, per te… per noi. Saresti morto due volte se non fosse sopravvissuto almeno il tuo insegnamento… e io, nonostante tutto il lungo tempo assieme…  

 

Chi hai perso non vive in te come ricordo soltanto, o come una frase che hai fatto tua e che finisce per frapporsi tra te e il mondo…

 

Avevo il ricordo delle tue parole… delle tue frasi… ma il vuoto dentro, mi impediva di dare loro anima… corpo. Non ero in grado… Barrie, in quel momento eri davanti a me e ti chiedevo, ormai inutilmente come fare. Non avevo preso abbastanza da te… non l’essenziale… Decisi di essere onesto, questo te lo dovevo, Barrie… onesto con gli allievi. Sarei entrato in aula, fra poco, e avrei subito chiarito che le loro attese andavano ridimensionate, ora che tu non c’eri più, andavano rapportate a me, a quel che onestamente potevo fare: mentivo e, quel che peggio, non lo sapevo. E fu in quel momento che tu scoppiasti in una risata, una delle tue, così coinvolgenti che sorrisi anch’io. E’ vero, come era possibile che i miei dieci anni con te…

 

Dove c’è stata una vera relazione, l’altra persona è diventata una parte funzionale di te stesso….

 

Entrai in aula. Il gruppo era già tutto schierato, come in un’arena. Si fece silenzio: “Sono qui per continuare quel che il Maestro ha lasciato in sospeso”. Dentro di me stavo piangendo di gioia mentre con voce calma aggiunsi: “E ora, al lavoro”

 

E tu, Barrie, sopravvivi in me, non come ricordo, ma nell’unico modo in cui sopravvive alla morte un essere umano: divenire parte di un altro essere umano!

 

Grazie Maestro

Un inchino

 

 

 

3. Faresti qualcosa per me?

 

 

Racconto inedito in ricordo di Barrie Simmons (1936 - 2006)

(nel decennale della sua scomparsa)

Tratto da "Piccoli risvegli. diari di Gestalt therapy" in corso di pubblicazione.

 

Avevo invitato Barrie a Napoli per un week end di lavoro. Raccogliendo alcuni colleghi che ancora non lo conoscevano e qualcun altro che aveva già lavorato con lui, avevo messo assieme un po’ di psicologi, ma non ancora in numero sufficiente per un gruppo. Per infoltirlo, chiesi al maestro di poter inserire anche dei civili, cioè dei semplici pazienti, confidando sia nel suo modo di lavorare, che nella sua disponibilità alle novità che considerava sempre anche dal lato dell’opportunità che rappresentavano, oltre che dell’ostacolo. Inoltre, fattore non secondario, confidavo nel suo proverbiale e continuo bisogno di danaro, che lo rendeva oltremodo accomodante nel reclutare pubblico pagante, come definiva talvolta i suoi gruppi. Tuttavia, a dispetto di questa sfrontatezza, era sempre capace di fornire spettacoli all’altezza della sua fama. Con generosità, si tuffava nelle difficoltà che avrebbe potuto semplicemente evitare con una selezione preventiva, e ne fuoriusciva con abilità stupefacente, facendo di necessità, non solo virtù, ma anche utile successo. In più, seguendo una sorta di etica non declamata, anzi spesso negata con ostentazione, si faceva carico di ogni partecipante, onorando sempre il compenso ricevuto: “Hai pagato? – soleva rispondere ridendo alle persone che a volte, con un po’ troppa timidezza, gli chiedevano di parlare o di lavorare – allora puoi!” Sotto questa maschera sfacciata, era però evidente quella rigorosa, che tracciava con onestà e precisione la linea delle responsabilità insite nel contratto terapeutico, senza mandati occulti o tolleranze interessate. Il suo richiamo al danaro, esplicito al limite della volgarità, sgombrava sempre il campo di lavoro da ogni sentimentalismo o gratitudine incongrua. Sottolineando la natura reale della transazione, la liberava da ogni compromesso ipocrita sui risultati. Non rimaneva che uno scambio alla pari: desideri realizzabili (tale considerava il danaro guadagnato), in cambio di altri desideri realizzabili (questo doveva essere per lui, invariabilmente, il risultato per chi aveva comperato il suo lavoro). Ricevendo il compenso, assumeva su di sé il dovere terapeutico di individuare nel qui ed ora della relazione in atto, molto al di là della richiesta esplicita, l’implicito anelito al recupero di un contatto più stretto con la realtà e con se stessi. Si adoperava così, esercitando pienamente il suo diritto ad essere, nel rapporto, completamente se stesso, senza interferenze o giudizi, per favorire il contatto sino al suo compimento istantaneo: un flusso nuovo di desideri e di possibilità, era invariabilmente la prova di un organismo che recupera vitalità e volontà. “Noi non cambiamo le persone – spesso diceva Barrie, provocatoriamente - risvegliamo i morti!” Naturalmente, “Anche offrendo il compenso, si assumono diritti e doveri - amava rammentarci - oltre all’onere di fregiarsi del titolo di paziente. E un buon terapeuta, appena nominato tale, veglia anche su questi, oltre che sui suoi – aggiungeva - perché sa che il buon esito del suo lavoro dipende anche dal loro corretto esercizio” e raccomandava che ogni paziente, andasse spinto a vivere i suoi diritti con pienezza e a non eludere i doveri. “Ha diritto, come uomo, ad essere quel che è – diceva - ma, come paziente, ne ha anche contemporaneamente il dovere – e poi aggiungeva - Ha anche il diritto ad avere uno scopo e il dovere di perseguirlo” Anche in questo, per lui, le due cose coincidevano e confluivano nel divenire se stessi, obiettivo identico a quello voluto dal terapeuta. Il maestro, in quest’arte di vegliare i confini, era proverbiale: stroncava con ogni mezzo, dalla seduzione sfacciata, alla minaccia fisica, ogni tentativo di falsificazione di sé: puliva costantemente la relazione in atto dalle incrostazioni del vivere e lascia vivere, riportandola all’ovvio e alla semplicità di quel che c’è, ora e qui. E passo dopo passo, con quello che le circostanze continuamente proponevano, catalizzava quello che in ogni organismo si agita, quando gli si impedisca di funzionare con i suoi automatismi caratteriali, sino al climax del piccolo risveglio, o, come lo chiamava Perls, del mini satori , in cui l’ovvio torna ad essere tale. Anche quella volta Barrie ci mostrò tutta la sua maestria. Trascorremmo due giorni pieni in cui riuscì nel duplice intento di lavorare con ognuno di noi e di amalgamare un gruppo così eterogeneo. Ma la cosa più straordinaria fu che questa coesione fu raggiunta senza il minimo intervento collettivo, senza quei classici giochi di gruppo che a suo parere favorivano, se abusati, più l’ipocrisia che la spontaneità. Semplicemente con i suoi lavori individuali, a torto definiti, sedute in gruppo, era sempre capace di creare un’alleanza forte tra le persone, al di sotto del carattere, in quella zona della coscienza in cui l’uomo si riconosce sempre nell’altro. La stessa differenza tra pazienti e terapeuti, si ridusse a semplici posizioni formali, mentre ciò che contava, l’essenza di ognuno, tesseva trame di riconoscimenti e di sentimento. Quello che allora mi pareva straordinario e che attribuivo alle enormi capacità del maestro, col tempo imparai a collocarlo meglio come la conseguenza ovvia e naturale della posizione che sapeva adottare nel lavoro. Tutto era dunque andato per il meglio, tranne per un particolare: si era ormai verso la fine del gruppo e tutti avevano lavorato, tranne uno, Teo che era nel gruppo dei pazienti. Amico di alcuni di noi, aveva accettato di partecipare dopo averci sentito parlare di Barrie come di un personaggio straordinario e averci visto all’opera per favorirne la venuta in città. Si era incuriosito, come di tante cose nella sua vita e aveva deciso di sperimentare anche questa. Teo era un artista nel suo campo: si occupava di arredo e lo faceva con un tocco di grande originalità. Negli studi si era fermato presto: di famiglia umile si era però precocemente distinto dal suo ambiente e aveva coltivato una forte sete di sapere e curiosità. Cominciò lavorando in una galleria di mobili, ma ben presto la sua verve lo portò molto oltre. Aveva un amore raro per i materiali e per il loro assemblaggio, li toccava e li guardava come se fossero vivi e tali li considerava: non semplicemente vivi, ma vivi con tutta la loro storia viva, ora e qui. Di grande sensibilità, aveva anche un che di fragile e di schivo che si amalgamava curiosamente con una tendenza megalomane e narcisista. Gli volevamo bene così e lo accettavamo come un bozzolo chiuso di cui intuivamo il contenuto. Come suo solito, Teo era stato per tutto il tempo da parte, in osservazione. Tutto per lui era nuovo e i lavori cui assisteva, lo sapevo, lo colpivano profondamente perché erano proprio indirizzati fin dentro il suo bozzolo: non poteva non riconoscersi. Di tanto in tanto lo osservavo e mi pareva di cogliere, a tratti, qualche incrinatura nella sua corazza, qualche lieve evidenza di quel che si stava agitando dentro: ma erano segnali talmente lievi, impercettibili per un estraneo che non lo conosceva. Dunque era tardi per aspettarsi da quei segnali qualcosa di più: sembrava passato indenne da tutta quell’esperienza di gruppo e avremmo senz’altro commentato insieme, sia i lavori visti, che la sua proverbiale ritrosia a lanciarsi, aprirsi. Non fu così: non avevo fatto i conti con la pignoleria del maestro sul suo mandato. Eravamo dunque alle ultime battute e gli sguardi all’orologio sul muro divenivano sempre più frequenti, quando Barrie si rivolse per la prima volta a Teo con un sorriso: “Scusa, ti dispiacerebbe fare qualcosa per me prima di salutarci?” Teo lo guardò confuso e imbarazzato. Non si aspettava più di essere coinvolto. Aveva pensato che sarebbe bastato non esporsi con una richiesta, per essere lasciato tranquillo ed ora temeva un lavoro a cui non era pronto. Come intuendo i suoi timori, Barrie divenne ancor più seduttivo e, con aria rassicurante, aggiunse: “Non intendo fare un lavoro con te, non ce n’è tempo e tu non lo hai richiesto. – Poi, vedendo Teo tirare un sospiro di sollievo, incalzò - E comunque sono imbarazzato per essere stato pagato da te solo per guardarmi. Sicuramente saprai trarne profitto, tuttavia… - si fermò con aria pensosa, come stesse elaborando un’idea, prima di continuare - …credo che insieme possiamo aiutare questo tuo lavoro ad essere più fruttuoso, possiamo, insomma, indirizzarlo al meglio ed io mi sentirò più soddisfatto del danaro che mi hai dato.” Terminò questa frase guardandolo negli occhi, con un sorriso così dolcemente inquietante, da essere irresistibile e al quale Teo si abbandonò. Tuttavia, mentre stava per rispondere, Barrie lo precedette e reiterò la sua richiesta: “Faresti qualcosa per me?” A Teo non restò che dire: “Certo, cosa vuoi che faccia?” “Niente di speciale – disse, mentre la sua espressione e il tono della voce divenivano seri e perentori – voglio solo che tu ti alzi e venga in piedi davanti a me.” Dopo queste parole, tacque e rimase in un’attesa calma ma che non ammetteva deroghe alla sua richiesta. Teo si alzò ed eseguì quello che stava divenendo sempre più un comando. Barrie si assicurò di averlo ben di fronte prima di continuare: “Ora, per favore, prendi con le mani tutte e due le caviglie” Teo, che ormai aveva perso ogni resistenza, eseguì meccanicamente. Era chinato, quando gli giunse la voce di Barrie, divenuta sottilmente ironica, che gli ordinava: “Ed ora, tirati su.” Teo rimase immobile. Dapprima credé di non aver ben compreso il comando, per cui, mantenendo quella buffa posizione, domandò: “Cosa devo fare?” “Ti ho detto di tirarti su – urlò Barrie con decisione – con le mani!” Teo comprese la richiesta, ma ancora frastornato dal tono perentorio di Barrie, replicò, sempre senza muoversi: “Ma come faccio?” Fu a quel punto che Barrie, modulando la sua voce su toni più profondi e caldi, disse: “Perché, non è quello che cerchi di fare da una vita?” A quelle parole, Teo sciolse la sua strana posizione e si raddrizzò lentamente fino ad incrociare lo sguardo del maestro. Si guardarono a lungo, intensamente e con dolcezza. Nei loro occhi fluiva muto il discorso del cuore, memorie e segreti svelati e dispersi: due uomini di fronte e intorno a loro caduche foglie d’orgoglio a volteggiare inermi. Gli occhi di Teo erano umidi: qualcuno l’aveva visto e anche negli occhi del suo interlocutore scorse lo stesso umido bagliore.

Un inchino

 

 

 2. Metafora e conoscenza

 

Come ben sappiamo, la metafora è una figura retorica, cioè uno dei tanti artifizi del linguaggio volto a creare nel discorso un particolare effetto emotivo che aggiunga nuovi significati e qualità. La metafora, in particolare, è un artifizio che implica un trasferimento di significato tra due termini lontani, creando un cortocircuito emotivo e cognitivo ricco di risonanze. Si ha quando, al termine che normalmente occuperebbe il posto nella frase, se ne sostituisce un altro la cui "essenza" o funzione va a sovrapporsi a quella del termine originario (sei una volpe, al posto di sei furbo; sei una roccia al posto di sei resistente; sei un furetto al posto di sei svelto). Si creando, così, immagini di forte carica espressiva. La metafora, dal punto di vista logico, non è mai totalmente arbitraria (pena la rottura della concatenazione di senso che un discorso prevede), ma il suo potere evocativo è tanto maggiore quanto più i termini di cui è composta sono lontani nel campo semantico.

Ma in che modo la metafora che è una figura retorica, può riguardare la scienza o le discipline umanistiche? Chi, come me, ha considerato G. Bateson tra i suoi maestri, conosce il suo famoso sillogismo in erba, che recita: Tutti gli uomini sono mortali. L’erba è mortale. Gli uomini sono erba. Bateson aveva coniato questo sillogismo, che è un tipo di ragionamento dimostrativo, per contrapporlo a quello più conosciuto, che Aristotele aveva indicato a fondamento della sua logica e che recitava: Tutti gli uomini sono mortali. Socrate è un uomo. Socrate è mortale. Bateson sosteneva che la logica aristotelica, che su tali sillogismi si basava, si occupasse di tautologie e non di conoscenza. In linguistica, la tautologia, è una figura retorica che consiste nell'aggiunta di contenuto ridondante e dal significato ripetitivo all'interno di un dato discorso al fine di porre maggiore enfasi. Spesso indica anche un'ovvietà: per esempio dire che una tautologia è una tautologia è senza dubbio tautologico. In logica, una tautologia è un'affermazione vera per definizione, quindi fondamentalmente priva di valore informativo. Dire che il destino di un uomo è morire è una verità assoluta e ovvia e non mi da nessuna informazione né sull’uomo, né sulla morte. Le tautologie logiche ragionano circolarmente attorno agli argomenti o alle affermazioni, parlano delle cose senza informare e senza produrre o promuovere conoscenza.

In termini pratici, il sillogismo aristotelico non aggiunge quindi nessuna conoscenza nuova nel suo ragionamento. La conclusione: “Socrate è mortale” è già contenuta nella premessa “tutti gli uomini sono mortali”. Nessuna conoscenza nuova si propone: il ragionamento gira a vuoto su se stesso, è dunque tautologico. Tutti noi abbiamo riconosciuto, invece, soprattutto dopo averne disquisito qualche minuto fa, la figura retorica della metafora come conclusione del sillogismo proposto da Bateson e da lui chiamato “sillogismo in erba”, perché sostiene che gli uomini sono erba. In questo sillogismo, cioè in questo modo di ragionare, secondo questa logica, che è una logica metaforica, è possibile l’identificazione reciproca e contemporanea di due realtà molto diverse, l’uomo e l’erba. Attraverso questa identificazione, usciamo da ogni tautologia ed entriamo nel campo della curiosità e dunque della conoscenza, perché, nella conclusione che gli uomini sono erba, ci sono una messe di informazioni nuove tutte da decifrare, decodificare, interpretare, che si aggiungono a quelle che possedevamo prima di mettere i due termini in relazione. Perché gli uomini sono erba? Perché l’erba è uomo? Ora, i caratteri di ciascuno dei due termini aggiunge conoscenze sull’altro a causa dell’identificazione metaforica che abbiamo proposto. Bateson individuava nella struttura metaforica del pensiero, in questo modo di pensare, la base per una vera conoscenza, una conoscenza che sia più di quello che è già contenuto in ciò che sto osservando e che voglio conoscere. Riesco a far questo solo uscendo dall’oggetto per correlarlo metaforicamente a qualcosa di molto diverso. Così facendo, nuove qualità appaiono in entrambi gli oggetti, sia quello correlato, sia in quello con cui la correlazione avviene. Nel nostro esempio, sia nell’uomo che nell’erba. Sono qualità che provengono dall’altro oggetto che diventa così uno specchio magico che moltiplica immagini. Ciò non deve stupire, perché le nuove qualità che compaiono negli oggetti che osserviamo, non sono anche essi degli oggetti, ma delle qualificazioni, cioè delle interpretazioni attraverso le quali cerco di conoscere sempre più profondamente la natura dell’oggetto che è nella mia attenzione. Dunque, quando dico che appaiono nuove qualità, non intendo dire che nell’oggetto appaiono nuove cose, ma solo nuove interpretazioni delle cose che erano sotto il mio sguardo e che cerco di conoscere, appunto interpretare. E quando dico che operando metafore, mi muovo verso una conoscenza che sia più di quello che è già contenuto in ciò che sto osservando, intendo dire che, se il mio tentativo di conoscere si ferma all’oggetto che osservo, senza tentare nessuna correlazione, nessuna metafora, gli schemi interpretativi che adopererò saranno sempre e solo quelli che attengono alla natura che la mia mente ha dato a quell’oggetto. Accettando, invece, di tener conto di schemi interpretativi che provengono da nature che la mia mente ha decretato diverse, sto ampliando gli schemi mentali con cui creo la natura delle cose. E’ chiaro che quante più interpretazioni ho, tanto più le mie capacità conoscitive aumentano. Insieme alle nuove qualità tuttavia, finisce per comparire qualcos’altro di ben più importante. Un qualcosa che è il vero valore aggiunto dell’operazione della metafora: qualcosa che è quel di più della somma delle parti che si sono accostate. E’ la trama di relazioni che connette i due oggetti, definendoli in un rapporto nuovo. Una trama che li rende parte di un tutto più ampio, che li contiene. Connessione dopo connessione, unione dopo unione, si profila ai nostri occhi quella che Bateson definiva la “sacra unità” e che alcune civiltà conoscevano e praticavano come dimensione interiore e sociale. Penso, ad esempio, ai nativi americani e al loro modo di identificarsi metaforicamente con il loro ambiente naturale, al loro modo di essere cavallo, orso, torrente, montagna, alla loro capacità di acquisire conoscenza di sé e della natura, attraverso l’identificazione. Una conoscenza non solo intellettuale e separata delle cose, ma una conoscenza emotiva e unificante. Una conoscenza metaforica e non tautologica. Una conoscenza olistica, non riduzionista, una conoscenza che connette e non fraziona, che ingloba, non giustappone.

Ma com’è possibile la correlazione tra cose diverse? Nella maniera più semplice: riconoscendo che le cose esistono separate e nella forma in cui le percepiamo solo per la nostra mente. La natura non è divisa, è unitaria e nella sua essenza è un unico grande eterno processo, non una cosa: è la nostra mente a separarla, a ridurla in pezzi e parti e renderla oggettuale. In un discorso olistico, ciò che appare all’intelletto come un componente, così come è contenuto in una globalità inscindibile, è esso stesso contenitore del tutto cui appartiene. In esso troviamo tutte le qualità del tutto, perché non è mai stato separato dal tutto, se non nella mente. Così la natura, nel nostro pensiero, è specchio dell’uomo e l’uomo della natura: l'uomo è natura. Un inchino

 

 

 

 1. Bruma

 

Racconto inedito di Mimmo Ciavarelli  

Ad Osmio, un piccolo villaggio ai piedi delle grandi montagne, viveva una coppia di contadini con i loro due figlioli. Le stagioni attraversavano serene le loro vita ed il dolce pensiero di un nuovo figlio in arrivo li accompagnava, scaldando i loro cuori. A tempo debito, nacque una bellissima bambina con gli occhi brillanti come stelle e la carnagione candida e profumata come un fiore mattutino appena sbocciato. La prima notte di luna piena, come era tradizione della sua famiglia, la madre prese la bimba per esporla ai raggi trasparenti della signora celeste: era questo il varco attraverso cui, da lunghe generazioni, le donne ancora senza nome della sua stirpe entravano nel mondo. Però, mentre si dirigeva verso la finestra, uno strano vuoto si fece nella sua mente e solo troppo tardi si accorse che una grande nuvola nera stava attraversando il bianco bagliore dell'astro. Il suo cuore si riempì di spavento e rimase immobile ad osservare la lunga ombra che si proiettava, proprio in quel momento, sul viso della bimba. Quando si scosse non era più possibile rimediare: la vita della piccola aveva ormai una macchia ed il suo destino era fuori, forse di poco, ma ormai fuori dal riverbero dei cicli della natura. La povera donna pianse e si disperò a lungo, prima di rivolgersi a sua madre per avere conforto sui suoi tristi presagi. La madre ascoltò la figlia e ne accolse l'angoscia, riconoscendo in quelle lacrime ciò che da tempo dimorava sommesso nel suo cuore; poi, senza parole, la abbracciò e la congedò. "Non c'è altro da fare,è giunto il momento" pensò, quando la figlia si fu allontanata e ricordò con dolore quello che la sua anziana madre le aveva confidato molti anni prima, l'ultima volta che l'aveva vista. Ed il suo pensiero andò a quella piccola donna ormai vecchissima che da molto tempo viveva da solo in una casa oltre il villaggio, ai margini del grande bosco che circondava il paese, lontano anche dalle ultime case sparse nei campi. Usciva poco, ormai: sol ogni tanto qualcuno l'aveva notata nel bosco in cerca di erbe o di legni da ardere; in paese non l'avevano più vista da anni ed intorno a lei erano sorte strane leggende. Neanche lei l'aveva più incontrata, ma non per sua volontà: la vecchia glielo aveva proibito, proprio durante il loro ultimo colloquio. "Qualcosa di grave succederà - le disse - Fino ad allora non ti avvicinare più a me: vienimi a trovare soltanto quando sarà l'ora. E non ti preoccupare per me, non morirò tanto presto e comunque non prima di quel momento." Ricordava anche lo sguardo preoccupato ma fermo della donna canuta che la salutava sulla soglia... 

Era quasi sera quando si avviò per il sentiero dei pini che portava verso il bosco e foschi pensieri l'accompagnavano. Giunse alla casa solitaria che era ormai notte e fu sorpresa di trovare la porta già aperta."Vieni, ti aspettavo -disse la voce familiare della vecchia dal fondo della stanza. - Per anni ho lasciato ogni sera la porta aperta, sperando e temendo di sentire i tuoi passi, ma ora che sei qui nulla di ciò che ho provato ha più importanza: devo solo ascoltarti. " Per ore le due donne furono accanto al fuoco: la figlia parlava e la vecchia madre la seguiva attenta, attizzando di tanto in tanto la fiamma nel camino. Alla fine del racconto, la vecchia sembrò per un lungo istante perdersi in un pensiero lontano e quando tornò dalla sua meditazione disse alla donna che aveva accanto: "Figlia, figlia di figlia di donna, il ciclo degli eventi si chiude stanotte con noi. E' un momento atteso con ansia e paura... Tanti anni fa -proseguì - quello che è successo a tua figlia accadde a me quando nascesti: sapevo che prima o poi avrei di nuovo affrontato l'ombra. Sappi che, da allora, non ho avuto più pace e non ho vissuto che per riparare. Ed ora, finalmente, mi è dato di rimediare al tragico errore, quando, guidata dall'impulso della gioia incosciente ti esposi così inavvertitamente alle ombre della notte lunare. Non sarà facile: ci saranno ancora sofferenza da patire, ma alla fine tutto andrà bene, te lo assicuro." La donna aveva ascoltato le parole della vecchia con apprensione. Il suo cuore rimaneva incerto tra gioia e tristezza e non le sembrava di avere capito tutto ma comprese invece molto bene l'antico dolore della madre, ora anche suo, e la amò come non mai. Le due donne si abbracciarono lungamente davanti al fuoco che si andava spegnendo, proiettando lunghe ombre nella stanza. Poi, la vecchia disse: "Sono stanca, tanto stanca...Questa è l'ultima volta che ci vediamo: credo sia giunto per me il momento di incamminarsi ed ora che tutto si va compiendo sono finalmente più serena. Tu, comunque, non parlare del nostro incontro a tua figlia, non ora almeno: non capirebbe, è troppo giovane ancora...Però stalle accanto; avrà da sopportare molte difficili prove quando l'ombra, che da tempo ci accompagna, si fermerà ancora su di lei e sua figlia. Sappi che sarà l'ultima volta: poi, sua figlia sarà libera e così le sue figlie e le figlie delle figlie. Il nome con cui la bimba ha attraversato il passaggio è Bruma: così è stato e così sia." Quindi la vecchia si voltò per sedersi di nuovo assorta accanto al fuoco ormai spento... 

Passarono molti anni tra le pieghe del vecchio villaggio: primavere fiorite si rincorsero imprudenti tra le sue strade, così come stagioni annunciate e giorni inattesi si consumarono lenti nei camini fumanti o sulla soglia delle case. Bruma cresceva sana e bella come il sole e la tragica notte del suo passaggio sembrava quasi dimenticata. Solo la sua nonna ricordava, sapeva ed attendeva. Al compimento del suo quindicesimo anno, Bruma era una fanciulla in fiore, amata ed accudita dai suoi genitori, quando gli eventi incrociarono il nuovo passaggio dell'ombra... Quasi inavvertitamente, Bruma cominciò a divenire donna, una bellissima donna, ma qualcosa, contemporaneamente, cominciò a manifestarsi in lei... Il mondo, la natura, le persone e perfino i sentimenti e le sensazioni cominciarono a farsi più distanti. I sapori divennero più ovattati ed i fiori sotto le sue dita non avevano più la morbidezza e la setosità di sempre; i colori delle montagne non erano più così vivi e splendenti ed il suo cuore non batteva più così forte quando i bei giovanotti del villaggio incrociavano i suoi sguardi di giovane donna. Pian piano fu come se un velo fosse sceso su di lei, avvolgendola e separandola da tutto ciò che la circondava. Fu così più distante e distaccata, meno coinvolta... Dapprima la fanciulla cercò di scuotere il torpore che aveva invaso le sue emozioni toccando, frugando, assaporando, e vivendo con maggior frenesia tutto ciò che poteva, ma fu peggio. Dopo ogni iniziale risveglio, le sensazioni la abbandonavano di nuovo, lasciandola sempre più vuota e spossata. Alla fine, Bruma si rassegnò al gelo ed alla solitudine che ormai albergavano nel suo giovane cuore. Le sole cose vive che le sembrava possedere ancora erano un sordo dolore nell'anima ed una strana immagine nella mente, come un ricordo d'altri, come una memoria narrata: un cammino acceso ed una vecchia donna assorta accanto al fuoco... Un'immagine di pace che un po’ la rasserenava, anche se di tanto in tanto, quando la dolce visione compariva in qualche sogno era sempre interrotta dalla figura di una inquietante luna piena attraversata ed oscurata da una grande e minacciosa nuvola nera; in quei momenti Bruma si risvegliava angosciata e madida di sudore. 

Trascorsero anni tristi per Bruma, anni di vuoto e di solitudine. Tra i vari tentativi di riafferrare il sapore della vita che fuggiva e che ricordava così entusiasmante, provò persino ad osservarsi, cercando di ricostruire con la memoria il colore e la fattura delle sensazioni e delle emozioni perdute. Provava, poi, a riempire con questi pallidi ricordi ciò che le mancava nel contatto con la vita, sempre così privo di qualsiasi qualità. Anche questo però, alla fine la stancò: i ricordi divenivano infatti sempre più sbiaditi e difficili da catturare. Il dolore si fece così sempre più pungente e la disperazione la spinse ad aggrapparvisi come ad un ultimo tenue filo di speranza, un prezioso brandello di vita rimasto chi sa come impigliato tra i ghiacci della sua esistenza. Il suo gesto istintivo, per un attimo, la salvò dal rimanere come pietrificata e persino la vecchia dei suoi sogni le sorrise e la incoraggiò a non lasciarsi andare a ciò che le sembrava il suo inevitabile destino... Le sembrò di morire quando aprì la porta della sua cosa per allontanarsi lungo il sentiero che portava al bosco, ma la disperazione. l'unico sentimento ancora vivo in lei, le sembrò la sola strada che potesse essere seguita, anche a costo della vita o di quel poco che di essa le era rimasto. Camminò e camminò per tutto il giorno tra gli alberi, inseguendo l'ombra dell'ombra della sua speranza, senza sapere dove andare, ignare del tempo e degli spazi. Il bosco si fece sempre più fitto e camminando si spinse molto oltre i sentieri praticati. Fu notte e, mentre i suoi passi incerti lanciavano ombre sbilenche sotto la luna, le sembrò persino di avvertire la stanchezza nei suoi piedi gonfi dal troppo vagare. Cercò di trattenere anche questa lieve sensazione pur di ritrovare un po’ di quella vita che ormai sentiva inesorabilmente sfuggire dal suo petto. Cadde più volte sul terreno e tra i rovi, lacerando i suoi vestiti o la sua anima in pena. Aveva sbiadite e confuse immagini davanti agli occhi e, fra queste, la vecchia dei suoi sogni che la rassicurava e le indicava una direzione. Ormai cieca ad ogni stimolo, seguì la direzione indicatale sino ad una radura, nella quale vide qualcosa che per un attimo la risvegliò dall'ottundimento dei suoi sensi: una casa fiocamente illuminata ed un camino che fumava. Con le ultime forze che le rimanevano, si avvicinò, ricordando vagamente antichi racconti e leggende del suo paese che narravano di una casa perduta nel bosco. Era la casa di uno strano uomo, un Cantadores -si diceva- che viveva solitario nel bosco. Nessuno mai aveva osato spingersi fin lì: tutti avevano timore di quella misteriosa persona che solo di tanto in tanto compariva nei villaggi, portando con se un vecchio libro dal quale traeva le storie col cui racconto soleva intrattenere e saldare i suoi conti nelle cantine dei paesi. Si diceva che la gente rimanesse ore ed ore ad ascoltare, come incantati, questi racconti, a tal punto rapito, da non riuscire mai ad accorgersi del momento in cui l'uomo andava via: semplicemente, pare, sparisse, lasciando la sedia vuota ed i cuori turbati. Non era uno stregone, ma le sue storie nascondevano certamente strani poteri, se la gente, dopo averle ascoltate sembrava cambiata: da taciturni a loquaci, da chiacchieroni a meditabondi; persino saggi davano qualche segno di lieve follia o pazzi di rinsavimento. Ma erano solo vecchie e stupide superstizioni di contadini ignoranti... Bruma si avvicinò alla porta e, con le poche forze che le rimanevano, bussò tre volte prima di cadere al suolo sfinita. 

L’uomo apparve sulla soglia e si fermò a guardare la giovane svenuta ai suoi piedi. La osservò a lungo, senza muoversi, come se aspettasse un segno per capire. Non c’era disinteresse né apprensione sul suo volto d’indefinibile età: solo una strana espressione di serena compassione. Infine, si chinò sulla ragazza, la raccolse e la condusse dentro, al caldo, deponendola delicatamente su di un letto accanto al focolare acceso. Con gesti calmi e sicuri, l’uomo medicò le sue ferite, le cambiò gli abiti laceri, lavò la sua pelle fino a restituirle il suo candore e le rimboccò le sue coperte sulle spalle febbricitanti. Solo allora, si alzò per rinvigorire la fiamma del cammino; poi, sedendosi su di una sedia accanto al letto, prese a vegliarla. La ragazza dormì tutta la notte di un sonno scosso di improvvisi sussulti, mentre l’uomo, con gli occhi socchiusi su pensieri lontani, solo di tanto in tanto si risvegliava dal suo dormiveglia per lanciare brevi occhiate sui lamenti febbrili della fanciulla. La notte trascorse ed al mattino la ragazza si svegliò, si guardò attorno confusa e smarrita per cercare di capire dove fosse, quando incontrò lo sguardo sereno dell’uomo seduto accanto a lei. Nella nebbia della sua mente si fece strada lentamente il ricordo della sera nel bosco, della casa intravista nella radura e delle leggende dei contadini. A quei ricordi, sentì un po’ d’apprensione, ma il suo turbamento affondò, sena trovare alcuna resistenza, nel mare placido degli occhi che aveva di fronte: occhi di colore, forma ed espressività inafferrabili, ma incredibilmente vivi ed attraenti. Per un lungo istante la ragazza si perdette in quello sguardo che sembrava assorbire tutte le ansie e le angosce che il suo piccolo cuore, muto dal dolore, urlava nel silenzio profondo della stanza. Poi, l’uomo cominciò a parlare. La sua voce, profonda e modulata, sembrava ripetere sempre la stessa rassicurante nota, ma con mille diverse coloriture armoniche ed era una carezza delicata sull’anima ferita della fanciulla. Ella, dapprima non comprese ciò che l’uomo le andava dicendo, perduta solo nelle sensazioni così nuove e vive per lei: poi lentamente, cominciò a capire. L’uomo le si presentò come il Cantadores di cui i contadini tramandavano memoria da lungo tempo; le raccontò di come l’avesse trovata e curata e le domandò chi fosse e la pregò di narrargli la sua storia. La fanciulla, a sua volta, parlò e fu come un piccolo ruscello di montagna che, scendendo a valle s’ingrossa di nuova acqua, divenendo torrente e poi fiume. Parlò e parlò per ore ed ore, riversandosi nei calmi approdi dell’uomo che le era davanti e che l’ascoltava attento. Quando terminò il suo racconto, l’uomo le regalò un lungo sguardo taciturno nel quale la donna credette però di sentire una canzone di struggente bellezza. Quindi lo vide alzarsi e preparare una cena che consumarono in silenzio così ricco ed intessuto di consolazione che lei non poté fare a meno di impregnarlo di piccole lacrime dal vago sapore di gioia. Mai, dai lontani anni dell’infanzia, si era sentita così viva: come se il gelo che l’attanagliava da allora si fosse incrinato e fiotti di sentimenti sgorgassero, a tratti senza controllo, provocandole brividi di piacere e di paura. Dopo la cena si sedettero accanto al fuoco ed il Cantadores trasse dalla sua tasca un vecchio libro che guardò accuratamente, come se lo vedesse per la prima volta, accarezzandolo delicatamente sotto le dita, prima di aprirlo e sfogliarlo lentamente alla ricerca di qualcosa di adatto alla sua ospite. Accanto a loro, l’uomo aveva posto una sedia vuota per accogliere, le spiegò, la sua anima stanca quando avesse voluto ascoltare anch’essa le storie che avrebbe narrato. Poi, il Cantadores cominciò a leggere, con quel suo modo inimmaginabile di modulare toni e timbri, trasformando la voce un uno strumento di indicibile vastità espressiva, in cui anche i silenzi, le pause, le inflessione e le piccole incertezze sonore, sembravano piene di vibranti e significative risonanze. Le raccontò storie per tutta la notte, intrecciando e dosando abilmente gli eterni saperi col filo delicato di gesti quotidiani di mille personaggi, dipinti, cesellati, eppure nascosti con sottili trame di mistero, sino a farli apparire sempre più vividi, reali e simultaneamente eterei ed eterni. E, dentro questo avvincente gioco di colori cangianti ed immoti, solo le antiche perle di sapienza, mai declamate, per lo più taciute, solo talvolta accennate, risplendevano sicure e certe, sciogliendo benefiche i grumi di dolore ed il gelo rappreso sul cuore della ragazza: in maniera invisibile ma reale. La fanciulla ascoltava rapita ed ignara di ciò che le andava accadendo. Fu solo poco a poco che cominciò ad accorgersi del ritorno dei suoi sentimenti, che cominciarono a scuotere il suo piccolo petto ed a scorrere nel suo giovane sangue. L’uomo, in quei momenti più intensi, taceva, facendo risuonar il silenzio e le sue mute note di calma, accogliendo nel suo sguardo il fiume in piena che improvviso si riversava. Bruma non era consapevole di tutto, ma sentiva, ricominciava a sentire e, d’un tratto, anche i colori della stanza, pur nella parziale oscurità dell’interno, le sembrarono più vivi e la stessa figura dell’uomo che parlava le apparve più concreta. 

Era quasi l’alba quando il Cantadores si fermò, chiuse il libro e invitò la ragazza ad alzarsi e la condusse lentamente verso la finestra, tenendole le mani sulle spalle. Era una magnifica note di luna piena ed i profumi della primavera giungevano intensi come non mai. Col cuore gonfio di felicità per la vita ritrovata, Bruma fu investita dalla luce della luna che la rischiarò col suo bagliore, Un’emozione indescrivibile la colse fino a scuoterla nel profondo dell’anima ed i suoi occhi furono solcati di lacrime calde e nutrienti. Ora aveva capito e sapeva di essere guarita per sempre dal suo gelo: avvertiva di nuovo la vita scorrerle dentro. Sentendo ancora le mani dell’uomo sulle sue spalle, si voltò per abbracciarlo, colma di gratitudine, ma con sorpresa s’accorse che nella stanza non c’era nessuno. Solo nell’angolo vicino al camino vi era una sedia vuota nella quale, solo ora, riconobbe quella sulla quale sedeva la vecchia dei suoi sogni.

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