Mimmo Ciavarelli

Breve storia della Gestalt

 

La gestazione della Gestalt Therapy fu lunga e tormentata. Le prime formulazioni teoriche furono messe a punto da un Perls quasi sessantenne, nei primi anni ’50 del secolo scorso. Era giunto negli Stati uniti dopo aver vissuto ed esercitato come psicoanalista in Sud Africa, provenendo dalla Germania, dove era nato. A quel tempo, aveva già preso le distanze dalla psicoanalisi, soprattutto dopo la pubblicazione del suo libro Ego, fame e aggressività e stava immaginando nuove strade per la psicoterapia. Le sue nuove idee risentivano del clima culturale dell’epoca e i suoi sforzi di sistematizzazione furono, in quel tempo, dei tentativi di trovare una sintesi coerente di queste suggestioni che stavano spingendo l’approccio scientifico verso un radicale cambiamento di paradigma. Un suo primo tentativo di trovare per la psicologia forme e prassi più aderenti a questi nuovi fermenti, si tradusse nel saggio Teoria e pratica della terapia della gestalt, commissionato, sulla base di suoi appunti, a Paul Goodman, che materialmente lo scrisse e ne condivise la paternità con Perls e Hefferline e nella creazione dei primi Istituti di Gestalt a New York e Cleveland. Tuttavia questo fu solo l’esordio di un percorso che doveva riservare più di una sorpresa. Anziché seguire la strada, appena tracciata, di uno sviluppo di ricerca teorica e di uno sforzo di affermazione e accreditamento nel mondo scientifico e culturale dell’epoca, Perls lascia i suoi istituti nelle mani della moglie e dei suoi primi allievi. Abbandona anche la pratica professionale sistematica e inizia una sua peregrinazione umana ed esistenziale. Cambia più volte residenza, viaggia, gira il mondo, lavora e vive con curiosità, pienezza e coraggio. Un vissuto tormentato, costellato di entusiasmi e di chiusure, di amori, tormenti, droghe psichedeliche, depressioni, malattie e rinascite. Esperienze profonde e radicali che, nel 1964, lo portano a Big Sur, sulla costa californiana, nella magnifica proprietà che Michael Murphy aveva voluto destinare a centro per lo sviluppo del potenziale umano, cui aveva dato il nome di Esalen, frequentato dalla cultura alternativa di quegli anni. Alan Watts, Abraham Maslow, Virginia Satir, Bill Schultz, Ida Rolf, Gregory Bateson, sono alcuni dei nomi che animarono quella feconda stagione. Perls ha settantadue anni, è un uomo vecchio, ma ricco di esperienza, che ha maturato la sua Gestalt, portandola ad una efficacia straordinaria ed ad un virtuosismo interpretativo elevatissimo ed originale. Accetta un invito per alcune dimostrazioni e in seguito si propone come “residente”. Organizza laboratori e poi un programma di formazione in Gestalt Therapy: è il successo. Fritz in breve diventa celebre per la sua straordinaria abilità di terapeuta e per il suo modo di intendere la terapia. Ormai lontana da una tecnica connessa ad una teoria, nelle sue formulazioni finali, La Gestalt è sempre più indissolubilmente legata alla presenza ed alla posizione esistenziale di colui che la interpreta. I lavori di Perls vengono filmati e in parte raccolti in una pubblicazione: La terapia gestaltica parola per parola. La Gestalt matura di Perls fu un profondo e densissimo agglomerato di filosofia e di prassi dell’essere. Non poteva più essere trasmessa con i canoni di teoria e tecniche da apprendere, né attraverso le modalità istituzionali. Questo spiega molte delle sue pretese bizzarrie e rende conto delle leggende fiorite su di lui in quel periodo. Spesso, esse non furono altro che il tentativo di un uomo maturo e di un frutto maturo di trovare modi e prassi di trasmissione appropriate. Basti pensare all’accusa di rozzezza intellettuale che gli fu da più parti mossa. Interpretata come anti intellettualismo snob o come istrionismo senile, la sua presunta “rozzezza intellettuale” aveva ben altre motivazioni. Raffinato intellettuale quale egli era, conosceva bene le difficoltà che il pensiero mal direzionato può imporre. Così diffidava dell’uso improprio o sostitutivo dell’intelletto nel contatto con la realtà di un incontro vero. Soprattutto aveva interesse ad evitare che le razionalizzazioni bloccassero l’evoluzione umana di un allievo verso quella specialissima posizione esistenziale di vuoto fertile che caratterizza il terapeuta gestaltico. Nell’ultimo periodo della sua vita, Perls fu maestro fecondo e non smise mai di perseguire la sua ricerca umana ed esistenziale, né mai di porsi il problema della trasmissione corretta. Significativa, a tal proposito, è la sua replica a chi lo definiva il creatore della Gestalt: diceva di averla semplicemente riscoperta. Sottintendendo il senso profondo della collocazione filosofica della Gestalt e delle difficoltà che la sua trasmissione comporta. Era sempre più preoccupato perché molti terapeuti imitavano la sue modalità di lavoro, interpretandola come tecnica, senza comprendere cosa realmente fosse e la filosofia di cui era l’applicazione. Cominciò così a sviluppare materiali didattici diversi, a pensare a modi e strumenti nuovi per integrare la filosofia e la pratica terapeutica nella sua didattica, senza cadere nell’intellettualismo o nello spontaneismo. Una ricerca che soltanto la morte interruppe nel 1970, quando, a 77 anni aveva iniziato una nuova avventura umana, didattica ed esistenziale in Canada, sulle sponde del lago Cowichan, nell’isola di Vancouver, dove aveva fondato il primo kibbutz gestaltico con un gruppo di allievi californiani. Postumi, furono pubblicate altre testimonianze di questo ultimo periodo, raccolte in due volumi, entrambi curati da Robert Spitzer, amico di Perls e redattore capo di Science and Behavior Books, insieme a Richard Bandler, che si occupò della scelta dei filmati e delle loro trascrizioni: L’approccio della Gestalt. Testimone oculare della terapia e Doni dal lago Cowichan. Quest’ultimo contiene anche la testimonianza di Patricia Baumgardner, allieva di Perls nel suo breve periodo canadese. Altro materiale filmato venne utilizzato da Richard Bandler e da John Grinder in La struttura della magia, la loro prima pubblicazione da cui sarebbe poi nata la PNL.

L’ultimo libro sulla Gestalt che Fritz scrisse prima della sua scomparsa fu tuttavia di tenore molto diverso dai precedenti o da quelli pubblicati postumi sulla base di materiale conservato. In and out the garbage pail (Dentro e fuori il secchio dell’immondizia) si propone come una forma di autobiografia sui generis, spontanea e irriverente in cui si alternano confessioni coraggiose, pensieri in libertà, poesia, lampi di approfondimenti filosofici, motti, commenti, ricordi, brani di auto terapia. Lo stile, ironico e istrionico, passa con disinvoltura dalla serietà del saggio alla dolcezza della poesia, dalla ruvidezza della realtà raccontata senza veli al sarcasmo e all’umorismo dell’intelligenza di chi sa che nulla è veramente ciò che sembra. Umile e sfrontato, si mostra nelle sue altezze di pensiero e nella umana miseria, con uguale presenza e onestà. Il testo appare inoltre scritto di getto e conservato secondo lo schema che il processo creativo aveva suggerito. Fu un libro imbarazzante per molti gestaltisti di seconda o terza generazione i quali, non sapendo come giustificarlo in sede scientifica, lo ridussero a curiosa testimonianza dell’uomo Perls, corredandolo degli innumerevoli aneddoti scandalosi, tipici del personaggio tutto genio e sregolatezza. Trascorsero oltre venti anni prima che fosse tradotto e pubblicato in Italia, ma col titolo edulcorato nel più educato Qui e ora. Psicoterapia autobiografica. Eppure, come le sue pretese intemperanze erano in realtà gli estemporanei insegnamenti di un maestro che non operava più distinzione tra il setting e la vita, tra l’uomo e il terapeuta, questo suo ultimo testo è molto di più di quello che appare in superficie. È un classico esempio di maschera con cui Perls esprime ciò che per sua natura non può che essere frainteso. La ricerca formale, in questo caso, diventa sostanza di un’esperienza che il lettore può vivere senza concettualizzare. È l’esperienza della Gestalt vissuta e in azione nel processo stesso della scrittura.

Perls raggiunse dunque efficacia e fama solo negli ultimi sette anni della sua vita, dopo quasi dieci anni d’inattività professionale e dopo aver molto viaggiato e vissuto. Il Fritz settantenne che ricompare come terapeuta in California, a Esalen, è un uomo molto cambiato. Un uomo capace ormai di incarnare la sua filosofia e che ha ben compreso la differenza tra un’idea e la realtà che essa rappresenta. È diventato diffidente verso le teorie perché ritiene che giochino con i concetti anziché viverli, che ne parlino anziché esperirli. Conosce la differenza tra il facile discutere in sede filosofica del qui e ora e la difficile disciplina che occorre per incarnare la posizione fenomenologica insita nella presenza. È lui stesso la sua Gestalt. Ha trovato la sua sintesi, la sua posizione, il vuoto fertile, l’indifferenza creativa di un guru. La sua Gestalt non è più una teoria né una tecnica, ma un modo di essere. Sa che la strada è difficile, personale, coraggiosa e non offre scorciatoie. Ormai è un maestro che mostra la sua arte e la trasmette rigorosamente con l’essere. Senza scuole né teorie, perché nel suo essere ci sono scuola e teoria incarnate. E non vi è scuola che possa contenere quell’essere che è l’essenza del suo insegnamento: “Quando Clara Thompson mi propose di diventare analista formatore della scuola di Washington, declinai l’offerta. Rifiutavo l’idea di adattare le persone a una società alla quale non valeva la pena di adattarsi. Siccome tutte le scuole predicano l’adattamento… esse non fanno altro che creare delle anime in pena.”

 

 

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